Il dono di Euclides

E’ il titolo della prefazione che Roberto Mancini ha…donato al libro di Euclides Mance “Circuiti Economici Solidali – Per un’economia di liberazione”, tradotto e curato da Solidarius Italia, pubblicato nello scorso mese di Giugno.
E’ stato l’inizio di un dialogo con Euclides e con noi di Solidarius, proseguito in due delle presentazioni realizzate, a Roma a Corviale e a Civitanova Marche, cui ha partecipato lo stesso Mancini e che, ci auguriamo, proseguirà in futuro in modo fecondo.
Pubblichiamo il testo come contributo importante alla fase che l’economia solidale sta attraversando nel nostro Paese e alle sfide che ha di fronte.
Naturalmente è anche un invito alla lettura di tutto il libro…

Il dono di Euclides
di Roberto Mancini*

Questo testo di Euclides André Mance presenta in forma comprensibile e concreta la via dell’economia solidale della liberazione. Lettrici e lettori italiani troveranno in queste pagine non la descrizione di un modello “esotico”, magari sentito come attraente soprattutto per questo, né la semplice rimodulazione di un modello già noto alla cultura europea, bensì l’apertura di una strada lungo la quale possono convergere teorie ed esperienze di altra economia maturate in questi decenni.

Si sarà notato come, per l’acuta esigenza di evadere dalla trappola del capitalismo globalizzato, di recente si siano moltiplicate le proposte di economia diversa, caratterizzate da un aggettivo o da una parola-chiave: economia gandhiana, bioeconomia, economia islamica, economia di comunità, di comunione, partecipativa, circolare, del bene comune, post-economia e decrescita e così via. Di per sé questo pluralismo è senz’altro positivo: la maturazione di un’economia veramente umana non ammette ortodossie, dogmatismi o soluzioni monocromatiche. Il che ovviamente vale anche per la proposta di Euclides Mance: irrigidirla entro il profilo di un sistema di risposte già date, da applicare alla lettera, sarebbe il modo più rapido per renderne sterile la ricezione.

D’altro canto occorre riflettere su quale sia la direzione verso cui ci sta conducendo questo pluralismo. C’è il rischio effettivo di ridurre le diverse prospettive a tendenze interscambiabili, a seconda della moda del momento, degli umori e delle simpatie. Isolare i modelli di altra economia, limitandosi di volta in volta a preferirne uno rispetto agli altri, sarebbe non solo implodere nel settarismo. Sarebbe anche mancare di responsabilità e di lucidità nell’attuale lotta mortale contro il totalitarismo globale della società finanziarizzata.

Il compito che abbiamo è quello di individuare una via corale di riscatto e di liberazione. Una via che sia tanto ampia da accogliere esperienze e metodologie differenti, ma anche tanto essenziale e capace di futuro da saperle correlare organicamente. Tale via non perpetua affatto la logica imperialista e omologante della globalizzazione. Non esiste una globalizzazione buona. Questa via, piuttosto, interpreta il valore della coralità, dove ogni voce si distingue mentre la musica fa vibrare una stessa armonia. Non ha senso contrapporre tra loro il singolare, il particolare e l’universale: bisogna trovare il modo per integrarli in libertà. In breve, a noi serve uno stesso orizzonte di economia liberante, ricco di molte interpretazioni specifiche, legate ai territori e alle culture.

Il libro di Mance traccia alcune coordinate fondamentali per la maturazione di questa svolta. Ecco perché non va letto come se fosse nient’altro che una proposta in più tra i molti modelli di altra economia, in questo caso caratterizzata dal suo radicamento nel contesto sociale del Brasile e dell’America Latina. Il testo non presenta un modello equivalente agli altri che conosciamo, eventualmente valutabile come superiore o inferiore. Il libro presenta gli elementi costitutivi e trasversali che devono caratterizzare l’orizzonte e il processo di costruzione di un’economia umana.

Non è una banale questione di classificazione. Sotto queste considerazioni c’è il nodo reale e decisivo sfiorato dall’espressione ancora generica di “altra economia”. Consideriamo attentamente sia il dato per cui nel mondo prevale per ora un’unica economia dominante, fatta di sfruttamento e di distruzione, sia il dato per cui d’altra parte le economie alternative, soprattutto in Europa, sono al momento una galassia di tentativi spesso privi di integrazione tra loro. Entrambi i dati derivano dal fatto che il nodo di fondo è rimasto irrisolto ed è il seguente: non avremo un’economia realmente e positivamente alternativa fin quando l’umanità non sarà divenuta una comunità ricca di differenze ma solidale e indissolubile, democraticamente e pacificamente corresponsabile del proprio destino.

Fintantoché le identità e le appartenenze particolari, gli egoismi e i muri di separazione conteranno più del legame interumano e con tutto il mondo vivente, le proposte di altra economia resteranno allo stato di nicchie o di reazioni compensative. E’ già successo alle religioni e alle culture. Perciò è evidente che occorre elevare il grado di coralità nell’impegno conoscitivo, operativo, politico ed esistenziale che la situazione attuale ci chiede. Le indicazioni che Mance delinea in queste pagine hanno un valore assiale nell’opera di ristrutturazione radicale dell’organizzazione economica dell’umanità.

Proporrei a chi legge di considerare il testo come un triplice dono per tutti coloro che si mettono in cammino verso un’altra società. Parlo di quelli che cercano una società decente, dove si possa vivere come persone accolte e accoglienti, secondo la giustizia che si deve alla dignità di ognuno e di tutti, così come alla dignità del mondo vivente. Il dono di Euclides è triplice: ci dà una bussola, un seme e uno specchio, tutte cose preziose per chi è in viaggio. Perché, in realtà, egli ci dà elementi di fecondità, di orientamento e di autocoscienza.

Vediamo anzitutto perché questo testo ci offre una bussola. Bisogna riconoscere la meta a cui siamo diretti. Da tempo c’è una parte dell’umanità che si è messa in viaggio verso un’altra economia, nella consapevolezza che essa non si realizza come un fatto settoriale e tecnico, messo in opera da specialisti della scienza economica. Un’altra economia prende corpo se matura un’altra forma di società e questo lo possono fare solo dei diffusi movimenti popolari e una rete di comunità territoriali aperte.

Se il sistema del capitalismo globale ha instaurato al potere la logica dell’isolamento, della privatizzazione, della repulsione gli uni verso gli altri, ponendo come universali solo l’accumulazione finanziaria, la competizione e lo sfruttamento, un’altra società, per sua vocazione naturale e per il compito storico che tocca a chi vive oggi, deve emergere come una società della solidarietà. Questa parola rimanda alla prima evidenza della realtà, benché nel frattempo sia divenuta assai misteriosa per chi si è conformato alla finanziarizzazione di tutto: la vita è vita comune, la vita è la comunità dei viventi. Perciò essa chiede armonia sulla base della giustizia che porta, insieme al rispetto della natura, alla liberazione della libertà di ogni essere umano, ma anche della libertà propria delle comunità e della società intera. Il senso della solidarietà è come un grande fiume i cui affluenti sono i significati della libertà personale e collettiva, della responsabilità e della giustizia, della comunità e della condivisione, della conoscenza e della cura del bene comune.

Mance riconosce la portata ontologica della solidarietà: siamo esseri relazionali e la consistenza stessa della realtà è quella di un tessuto dove ogni vita singolare è intrecciata con le altre. Sorge da qui la prefigurazione del senso e dello scopo del viaggio: il bem-viver di tutti è il fine orientativo dell’intelligenza, del lavoro, della conoscenza, dell’amore, di ogni nostra energia. Questo fine, precisa l’Autore, non è una qualsiasi armonia, bensì è l’armonizzazione che prende forma grazie alla giustizia e alla liberazione, che è liberazione indissolubile delle persone e delle forze autenticamente produttive dell’attività economica. La vocazione dell’economia – dice Mance – è quella di produrre e di condividere l’abbondanza dei beni economici, generata in modo sostenibile, per garantire libertà individuali e collettive eticamente esercitate.

Se grazie a queste indicazioni orientative il libro è un po’ una bussola, esso è anche come un seme: il seme capace di far maturare alcuni elementi fondamentali per un’economia umanizzata. Alludo anzitutto all’approccio conoscitivo, che considera il sistema economico sulla base dei suoi flussi vitali, prima ancora che sulla base dei suoi elementi e dei suoi attori. L’autore mostra come i primi flussi da riorganizzare seguendo la chiave della solidarietà siano i flussi della conoscenza, dell’informazione e dell’educazione. Quindi bisogna riorganizzare i flussi materiali, di energia, di beni, di denaro e di segni di valore, così come vanno profondamente trasformati i flussi di potere.

Di grande importanza, a riguardo, il concetto di retroalimentazione, relativo sia ai circuiti economici, sia al flusso del potere pubblico, collettivo e condiviso, diverso dal potere statale. Tale concetto indica un punto cruciale: non dev’esserci alcun sistema organizzativo (di produzione, scambio, consumo, decisione) che sia automatico, dunque superiore alle scelte di persone e comunità; i flussi devono poter essere democraticamente governati, orientati, sostenuti, retroalimentati, ricondotti alla libertà sociale. Il potere del mercato va limitato e democratizzato grazie al diffondersi dei circuiti di scambio solidale; il potere dello stato va limitato e democratizzato grazie all’espandersi del potere pubblico dei cittadini organizzati in reti, comunità e movimenti.

Mance sottolinea la necessità che i rapporti di produzione e il sistema giuridico riconoscano una pluralità di forme di appropriazione economica: la proprietà individuale, quella associativa e comunitaria e quella pubblica. La spirale della privatizzazione globale e ubiqua va spezzata. Solo così diventa possibile liberare le forze produttive della capacità economica umana, forze sacrificate e deviate dal totalitarismo del capitale, oltre tutto nella forma del capitale improduttivo, cioè autoreferenziale e inutile rispetto ai bisogni della società. Per la liberazione delle persone e delle forze produttive è comunque indispensabile abolire il presupposto fondante del circuito capitalista, la scarsità, a partire dal vincolo della scarsità di denaro, che causa esclusione, impoverimento e sudditanza. Alla scarsità di denaro si deve opporre l’emissione autogestita di segni di valore nei circuiti economici solidali, messi in piedi da reti di partecipazione solidale allo scambio economico. Si tratta di segni di valore non fittizi, ma proporzionali alle forze produttive che i soggetti solidali liberano su scala sia locale che globale. Così, dice Mance, si passa da un sistema che moltiplica assurdamente il valore di scambio a un sistema che distribuisce valore d’uso secondo una logica di inclusione democratica.

Naturalmente non si tratta solo di democratizzare il sistema di scambio, ma di liberare nel contempo il sistema di produzione, rendendo centrali le lavoratrici e i lavoratori, le loro relazioni con l’ambiente naturale in cui operano e le loro relazioni sociali. L’economia deve rispecchiare questo intero tessuto relazionale e trovare in esso la sua forza: deve svolgerne il potenziale creativo, non distruggerlo. Prende forma allora un processo plurale e caratterizzato dal policentrismo, dove ogni nucleo si estende in modo concentrico: molti circuiti locali di economia solidale possono consolidarsi in circuiti regionali e nazionali, sino a configurare un circuito internazionale. Non sarebbe un assetto globalizzato, ma un sistema di interdipendenza cooperativa e di circuiti economici solidali tra nazioni.

Riassumo: dal seme dell’economia costruita secondo la solidarietà e nella tensione alla liberazione, possono venire i frutti di una conoscenza più adeguata, di uno scambio equo e inclusivo, di una produzione fiorente, sostenibile e non alienante, di un’abbondanza sensata, che pone le basi materiali e sociali del bem-viver. Sono tratti trasversali, universali e imprescindibili per l’orizzonte di un’economia umanizzata, il cui dispiegamento sarà graduale ma radicale. Essa è già capace oggi di porsi come economia di sussistenza, contro la tendenza strutturale del capitalismo a produrre la fame e la miseria, e dunque di operare come economia di resistenza che smentisce la pretesa universalità e naturalità del sistema attuale. Su tale base potrà dare vita a un’autentica economia della liberazione per l’umanità intera.

Da ultimo, questo libro è come uno specchio. Esso ci rimanda l’immagine di noi come soggetti ambivalenti: per un verso molti sono ancora bloccati e imbrigliati nell’ordine oppressivo del capitalismo globale, per altro verso abbiamo una capacità di azione trasformatrice che in gran parte può e dev’essere sprigionata. Il libro ce lo ricorda. Mi pare chiaro che la liberazione delle forze produttive, di cui parla Mance, è nel contempo la liberazione del potenziale politico democratico inerente alle persone e ai gruppi sociali in quanto cittadini organizzati in reti solidali e movimenti popolari e comunità territoriali. Per l’autore il soggetto attivo del processo di liberazione è la classe lavoratrice, espressione ampia e attualizzata con cui egli indica sia chi lavora, sia chi subisce la negazione dell’accesso al lavoro. La classe lavoratrice è composta da quanti contribuiscono o possono contribuire al bene comune e non vivono parassitandolo mediante pratiche speculative e di dominio.

Questo testo chiarisce che la questione essenziale per l’efficacia su scala nazionale e internazionale del progetto dell’economia liberante è la partecipazione delle persone, delle comunità, delle reti e dei movimenti al processo di trasformazione dei flussi di conoscenza, di potere, di beni e di segni di valore. Direi che con ciò egli mostra come la politica seconda, quella delle istituzioni, non ha né legittimità né utilità senza la politica prima, quella dei cittadini organizzati per la democrazia quotidiana e intera, che dunque investe anche i processi economici.

Ne derivano due indicazioni. La prima, generale, fa pensare che la nocività del sistema vigente e la vacuità dei politici di professione sono in buona misura l’effetto della nostra inerzia o della nostra scarsa lucidità nell’impegno politico. La seconda, più specifica, suggerisce che ogni soggettività che stia coltivando l’altra economia non può restare una nicchia e non deve somigliare a una setta, ma deve maturare una fisionomia comunitaria aperta, un’incidenza politica e un radicamento popolare, secondo un progetto comprensibile e condiviso dalla gente comune: in Europa come in America Latina e in ogni altra parte del mondo.

Ogni volta che l’umanità ha conosciuto un vero progresso – in termini di maggiore coscienza, di giustizia, di pace, di creatività nonviolenta, di felicità – esso è stato generato dalla scoperta di un’altra dimensione della realtà, prima sconosciuta, e da un altro modo di porsi in rapporto con il mondo e anche con noi stessi. Il lavoro di Euclides André Mance si inoltra nella direzione di una svolta simile, quella che oggi ci è divenuta urgente, e lo fa con grande forza euristica, cioè con la capacità di aprire percorsi concreti lì dove molti non vedono alcun passaggio. Per queste ragioni il libro andrebbe letto con gratitudine. E soprattutto nello spirito di quella fiducia trasformativa che porta ad agire con fecondità insieme agli altri, lasciandosi alle spalle la rassegnazione e il settarismo.

*Professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Macerata, insegna anche Etica pubblica e culture dell’economia presso l’Accademia di Architettura dell’Università della Svizzera Italiana a Mendrisio. I suoi interessi e la sua ricerca vanno dai temi del rinnovamento della società, alla spiritualità e alla filosofia contemporanee; dalla costruzione di una nuova economia all’attuazione dei diritti umani. Tra i suoi libri più recenti figurano Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, 2014, Ripensare la sostenibilità. Le conseguenze economiche della democrazia, 2015, entrambi per i tipi della Franco Angeli di Milano.

E. Mance: Circuiti economici solidali – Per un’economia di liberazione” a cura di Soana Tortora e Franco Passuello. Prefazione di Roberto Mancini. Edizioni Pioda Imaging, Roma 2017. €16,00.
Il libro non è disponibile in libreria. Per acquistarlo scrivere a: info@solidariusitalia.it.
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